A Montecassino una straordinaria esposizione delle opere di fray Juan Andres Ricci
Apre domani, 20 settembre 2025, una straordinaria esposizione di quadri presso il Museo Abbaziale di Montecassino. Fino al 19 ottobre, infatti, sarà possibile visitare la mostra di dipinti di Fray Juan Andres Ricci conservati presso la chiesa principale di Trevi nel Lazio nonché i manoscritti del monaco presso l’Abbazia.
Si tratta di un avvenimento di notevole livello.
Ma chi era Ricci? Giovanni Andrea Ricci è stato un monaco benedettino spagnolo che trascorse gli ultimi anni della sua vita a Montecassino. Il suo nome Juan Andrés Ricci de Guevara, meglio noto come fray Juan Rizi, nacque infatti a Madrid nel 1600 e morì nel 1681 a Montecassino.
Il Centro Documentale e Studi Cassinati ha pubblicato, in un articolo a firma di E.Pistilli, quanto sul Ricci ha scritto il monaco cassinese Mariano Armellini: “Giovanni Andrea Ricci, nato in Spagna, fu professo nel monastero di Montserrat, Congregazione Vallisoletana, ma per molti anni visse a Montecassino fino alla morte, a buon diritto merita di essere segnalato tra i Cassinesi. Qui si mostrò erudito nelle scienze scolastiche e nelle arti liberali, nonché teologo, predicatore, pittore, architetto. Decorò con dipinti la cappella del Santissimo posta a sinistra del coro nella chiesa di Montecassino. Ma, cosa più importante, coltivò con forte vocazione l’osservanza monastica. Partecipava assiduamente alle ore canoniche sia notturne che diurne. Nel tempo rimanente dalle preghiere si applicava nello studio delle sacre scritture ed anche a qualche lavoro manuale. Digiunava a lungo e osservava con impegno l’antica austerità. Non indossava indumenti intimi di bianca lana ma tessuti ruvidi detti «rascia» [rafia?]. Dormiva molto poco vestito secondo la regola, e, cosa straordinaria, con la finestra aperta sia di giorno che di notte, anche quando la nebbia invernale o la neve, quando cadeva, invadevano la cella. Molto devoto alla Beata Vergine, scrisse un libro che offrì a papa Paolo V intitolato “De Conceptione Beatae Mariae Virginis”. Scrisse molti trattati di carattere sacro ma anche di vario genere, conservati in maniera non ordinata nell’archivio di Montecassino. Qui morì attorno al 1685».
Pistilli ha tracciato bene la conoscenza del pittore e ha dimostrato come la sua nascita fosse spagnola ma la sua origine italiana. Così scrive: “Il padre, Antonio Ricci, nativo di Ancona, anch’egli pittore, si recò in Spagna nel 1585 per lavorare alla decorazione del monastero dell’Escorial al seguito di Federico Zuccaro (Sant’Angelo in Vado, 1539 – Ancona, 20 luglio 1609), esponente del manierismo italiano. Solo dopo alcuni mesi Zuccaro abbandonò il suo lavoro all’Escorial, ma Antonio preferì rimanere in Spagna; lì sposò nel 1588 Gabriela de Guevara, o de Chaves, figlia di Gabriel de Chaves, decoratore di corte. Da Gabriela de Guevara ebbe undici figli, di cui il nostro Giovanni fu il quarto. Anche il più piccolo, Francesco, sarà pittore di corte a Madrid.
Dunque Giovanni Ricci aveva respirato aria di pittura fin dalla nascita essendo cresciuto in ambiente di artisti. Probabilmente apprese l’arte della pittura dal padre, e pare abbia frequentato il laboratorio del Maino, ma non se ne ha certezza.
La sua arte pittorica si è soliti inquadrarla nel barocco iniziale, detto tenebrismo, caratterizzato dal forte contrasto tra luci ed ombre, il cui massimo esponente fu il Caravaggio, ma che ebbe maggiore seguito in Spagna.
La sua formazione culturale si esplicò all’interno dell’Accademia di San Luca di Madrid, di cui il padre fu tra i promotori. Ma ben presto manifestò il suo carattere fondamentalmente indipendente. Poco sappiamo dei suoi primi anni; certamente coltivò molto presto il suo interesse per le questioni religiose, il che lo indirizzò alla carriera monastica: già a sedici anni, infatti, scrisse un piccolo trattato sulla Sacra Concezione di Maria.
Prima di entrare in convento aveva già realizzato due opere di pittura, ora scomparse. Un contratto lo indusse, all’età di 25 anni, a dipingere quattro tele sulla Passione di Cristo ed altre opere per i conventi dei Trinitari scalzi di Madrid.
A 27 anni, il 7 dicembre del 1627, entrò nell’ordine benedettino di Montserrat, appartenente alla Congregazione castigliana di San Benedetto el Real di Valladolid. Fu in seguito mandato a seguire i corsi di filosofia nel monastero di Irache in Navarra, dove rimase tre anni9. Nel 1637 fu richiamato a Monserrat per realizzare opere di pittura nella cappella di San Bernardo. Successivamente frequentò il collegio di San Vincenzo a Salamanca, dove si iscrisse all’università per il corso triennale dal 1638 al 1641. Il suo biografo Antonio Palomino riferisce che per pagare la retta di 100 ducati richiesta dall’università, dipinse un Cristo in due giorni; per questo ottenne molto di più di quanto gli fosse necessario. Pare che nel corso di studi di teologia abbia frequentato anche lezioni di anatomia, cosa che gli tornò molto utile nelle sue esecuzioni pittoriche. Nello stesso periodo decorò il chiostro del collegio, opera che purtroppo andò perduta durante la guerra napoleonica.
Nel 1641, nel corso della rivolta catalana, che afflisse il territorio dal 1640 al 1652 (nell’ambito della guerra tra lo spagnolo Filippo IV e il re di Francia Luigi XIII, guerra conclusasi con la pace dei Pirenei nel 1659) i monaci castigliani furono espulsi da Montserrat e si ritirarono a Madrid. Anche il Nostro volle congiungersi a loro lasciando Salamanca. Fu chiamato a corte per educare il principe Baltasar Carlos. In quel breve periodo partecipò alla decorazione del vecchio Alcazar.
Non resistette molto in quel prestigioso compito a causa del suo forte carattere e anche perché si vide menomato nell’obbedienza al suo ordine essendo entrato in contrasto con il nuovo abate del monastero di Montserrat di Madrid, Juan Manuel de Espinosa. Nel 1642 lasciò la corte e andò nel monastero benedettino di San Domenico di Silos, provincia di Burgos.
A San Domenico ebbe l’incarico di padre predicatore, confessore e visitatore, il che lo portò a frequenti viaggi tra i monasteri benedettini della provincia di Burgos. Ma anche in questa nuova sede ebbe contrasti con il medico del luogo; per questo fu mandato per un certo tempo all’eremo di San Frutos, presso Segovia, dipendenza di Silos, luogo impervio e appartato. Nel luglio del 1643 lo troviamo di nuovo a Silos.
Nell’agosto del 1645 fu chiamato a Burgos per la ristrutturazione e decorazione del chiostro di quel monastero ed altri lavori collaterali.
Ormai si era fatto una grande fama, e infatti lo si ritrova a lavorare a Madrid e a Pamplona.
Sulla vasta produzione pittorica di Giovanni Ricci si è molto discusso per il fatto che non sempre firmava le sue opere, riconoscibili, tuttavia, per l’uso dei forti contrasti di chiaro-scuro e la forte impronta naturalistica. I lavori più rappresentativi dell’arte di Ricci si trovano nella cattedrale di Burgos, altri al museo del Prado a Madrid. Solo nello scomparso monastero di San Martino di Madrid – devastato nel corso delle guerre napoleoniche – nel 1809 furono inventariate 72 opere del Ricci, 33 delle quali dedicate alla vita di San Benedetto.
Nella tela del San Benedetto benedicente i piccoli Mauro e Placido, esposta al Museo del Prado a Madrid (ora scomparsa) Ricci si raffigurò nel monaco accanto al santo morente: questa doveva essere la sua firma. Pare che l’usanza dell’autoritratto nei quadri debba spiegare il motivo per cui molte sue opere non sono firmate. Il destino di Giovanni Ricci si conclude in Italia. Lo ritroviamo a Roma nel novembre del 1662, dove era stato attratto dalla sua vicinanza con i duchi di Béjar: da essi sperava di ottenere l’episcopato di Salonicco o l’abbaziato di Montelìbano, dove dedicare una chiesa alla Vergine di Montserrat. Non riuscì nell’intento, però si conquistò l’apprezzamento di papa Alessandro VII, dal quale, il 27 ottobre 1663, fu nominato predicatore generale del suo ordine in Spagna, dove sperava di tornare, cosa che in realtà non avvenne. Lo stesso Ricci dice di essere venuto a Roma per vedere di risolvere il mistero dell’Immacolata concezione.
Fautore dell’ordine salomonico in architettura, a Roma scrisse l’epitome “Architecturae de ordine salomonico integro”, inviata a papa Alessandro e conservata nel fondo Chigi della Biblioteca Vaticana, ma dedicata alla regina Cristina di Svezia.
L’esaltazione dell’Immacolata Concezione e l’ordine salomonico, come giustamente osserva il redattore della nostra fonte, furono le costanti preoccupazioni di Giovanni Ricci.
In un discorso dal titolo “Inmaculatae Conceptionis conclusio”, presentò il disegno di un intervento di rifacimento di piazza della Rotonda al Pantheon, che prevedeva un basamento con figure femminili nude a cavallo e il ritratto con lo scudo di papa Alessandro VII sostenente una grande colonna salomonica sormontata dalla statua dell’Immacolata Concezione. Del progetto non si fece nulla, però pare che il Ricci sia stato incaricato del rilivellamento della piazza eliminando i gradini tra essa e il tempio.
A partire dal 1665, al tempo dell’abate Angelo VI della Noce, lo troviamo incorporato nella badia di Montecassino, dove decorò la vecchia cappella del Santissimo, poi distrutta dai bombardamenti del 1944. La sua permanenza a Montecassino coincise con il grande impegno di Luca Giordano nel restauro ed abbellimento del monastero.
Dall’archivio dell’abbazia non abbiamo notizia di altre opere pittoriche del Nostro nella casa di San Benedetto, a parte l’intervento nella cappella del Santissimo. Mentre per quel periodo abbiamo molta documentazione sugli interventi di Luca Giordano ed altri artisti ai quali furono commissionate varie opere con regolari contratti. Probabilmente i lavori di Giovanni Ricci, ammesso che vi siano stati, furono considerati cose interne che non richiedevano registrazioni o rendiconti. Non si può escludere che nel grande affresco della parete di fondo della basilica, in cui si rievocava la consacrazione del tempio ad opera di papa Alessandro II, Luca Giordano abbia ritratto, tra gli altri monaci, anche il Nostro, così come ha messo il proprio autoritratto, secondo l’uso di quel tempo (come si è già detto più su). Infatti i vari personaggi dell’affresco sono raffigurati con i volti di monaci presenti in abbazia al tempo dell’esecuzione.
Nel 1666 si spostò temporaneamente a Trevi nel Lazio dove dipinse otto tele per la cappella dei santi Cosma e Damiano nella chiesa collegiata di S. Maria Assunta: le uniche opere conosciute realizzate nel periodo italiano, inizialmente, però, attribuite da Domenico Pierantoni ad un certo cavalier Manenti, senese; solo nel 1994, grazie all’ingegnere Mario Della Valle, vengono attribuiti ad un «monaco cassinese spagnolo del 1666», che, secondo il citato studio di Salort, non può che essere il nostro Giovanni Ricci.
Nel 1668 fece un dipinto (jeroglífico) a L’Aquila in onore di re Carlo II del Regno di Napoli.
A Montecassino il monaco spagnolo si dedicò soprattutto alla trattatistica e agli studi di teologia. Lì scrisse dieci libri, raggruppati in otto codici: tre Comentarios sobre la Sagrada Escritura, due di teologia dogmatica e morale con commentari alla Summa Teologica di Tommaso d’Aquino, un altro intitolato Teología Escolástica, altri due dedicati alla matematica ed alla architettura; inoltre una copia dell’Epítome dedicata alla duchessa de Béjar con altri scritti in castigliano.
L’opera che contraddistingue particolarmente Giovanni Ricci è il Tratado de la pintura sabia, dove spiega come la matematica sia il fondamento del disegno, della pittura, scultura, architettura, seguendo, in questo, le orme del Vasari.
Giovanni Ricci può essere considerato uno dei più rappresentativi esponenti della pittura ed architettura barocca di matrice spagnola”.
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