La Certosa di Trisulti e l’arte contemporanea
Fino al 30 settembre 2026 è possibile visitare la mostra “Recoding Human, Sistemi di Trascendenza”. Un progetto di Labòra Studio che mette in relazione pittura, musica, intelligenza artificiale, filosofia e neuroscienze
Fino al 30 settembre prossimo è possibile visitare nella Certosa di Trisulti, a Collepardo, la mostra “Recoding Human. Sistemi di trascendenza”, organizzata da Labòra Studio (opere di Valerio Murat e Antonio Poce con Gabriele Teti) in collaborazione con la Direzione Regionale Musei Nazionali Lazio.
“Recoding Human” è un progetto intermediale che unisce immagini, suoni, scrittura e architettura in un’esperienza contemplativa sul tempo e sulla percezione nell’epoca della civiltà digitale: pensato come un percorso di attraversamento percettivo, si sviluppa in uno spazio sospeso tra memoria, attesa e visione interiore, dove il tempo emerge non come successione lineare degli eventi, ma come esperienza vissuta e continuamente ricomposta dalla coscienza.
Il “Grande libro degli esercizi” è un dispositivo audiovisivo composto da due schermi e grandi ante dipinte, concepito come libro, portale e pala d’altare contemporanea. Aperta, l’opera si offre come flusso visivo e meditativo; chiusa, custodisce una dimensione più intima e silenziosa della visione.
L’installazione dialoga con una serie di opere su tela e una scultura di Antonio Poce, allestite nella sala del Refettorio e nelle celle del chiostro grande della Certosa di Trisulti. Le opere sviluppano una ricerca fondata sull’integrazione tra segno, scrittura e percezione, costruendo un paesaggio visivo fatto di pittura, traiettorie, frammenti testuali e strutture simboliche come esperienza di ascolto e contemplazione. Nel corso della mostra, Antonio Poce ha tenuto inoltre un laboratorio di scrittura creativa fondato sul proprio metodo di ricerca. Anche le didascalie delle opere, realizzate a mano dall’artista, entrano a far parte del percorso espositivo. In un progetto che riflette sul rapporto tra umano e algoritmico, il gesto calligrafico diventa così una forma di riaffermazione della presenza umana.
Ad Antonio Poce abbiamo posto alcune domande sull’esposizione soprattutto in relazione al luogo. Partendo da un quesito madre: quale ruolo può assumere oggi un museo?
Che cosa significa comporre, oggi?
Per molti la composizione appartiene esclusivamente alle arti. Per me è una categoria del pensiero. Viviamo un’epoca di attenzione frammentata e diventa sempre più difficile stabilire relazioni fra saperi, esperienze e linguaggi che tendono a procedere separatamente. La specializzazione è una straordinaria conquista della modernità, ma mostra anche tutta la sua insufficienza quando pretende di esaurire, da sola, la complessità del reale. Comporre, in buona sostanza, significa assumersi la responsabilità delle relazioni, cioè costruire un ordine nel quale ciascun elemento acquisti un significato nuovo proprio grazie alla presenza degli altri. Per questo considero la composizione qualcosa che supera l’ambito artistico. È un modo di pensare la conoscenza, il lavoro, le istituzioni e perfino la convivenza civile. Ogni volta che ricostruiamo un rapporto fra realtà che sembravano separate, stiamo già componendo. È da questa convinzione che nasce tutto il mio lavoro.
Perché l’arte è ancora necessaria?
Perché è la sola attività umana sorretta da una qualità che oggi rischiamo di perdere: la capacità di integrare, cioè di costruire esperienze unitarie. La scienza analizza. La filosofia interpreta. La tecnica trasforma. L’arte non sostituisce nessuna di queste forme di conoscenza, ma può creare lo spazio nel quale possano riconoscersi come parti di una stessa esperienza. Per questo continuo a pensare che il compito dell’arte non sia tanto quello di produrre oggetti, quanto quello di istituire nuove forme dell’attenzione. Un’opera vale per la quantità delle informazioni che contiene, ma molto di più per la qualità delle relazioni che riesce a generare nello sguardo di chi la incontra. In fondo, ogni vera opera veramente d’arte modifica il modo in cui guardiamo il mondo. E quando cambia lo sguardo, cambia anche la realtà che siamo in grado di vedere.
Come nasce Recoding Human?
Nasce dalla stessa domanda che accompagna l’epoca che stiamo vivendo: che cosa significa essere umani mentre affidiamo una parte crescente delle nostre decisioni alle tecnologie? Né a me, né a Valerio Murat e agli altri colleghi che hanno collaborato al progetto, interessava realizzare una mostra sull’intelligenza artificiale. Sarebbe stato un tema inevitabilmente destinato a invecchiare. Ci interessava invece interrogare la condizione umana che rende possibile quella tecnologia. Nella mostra convivono Agostino e le neuroscienze, la pittura e gli algoritmi, la musica e la filosofia, proprio perché ciascuno di questi ambiti illumina una parte della stessa domanda. Con l’opera abbiamo voluto costruire un luogo nel quale il visitatore possa sperimentare la complessità senza esserne travolto.
Perché un Grande Libro?
Perché il libro, la scrittura nel senso più ampio del termine, è, da sempre, il luogo nel quale il pensiero “comprende” il tempo, nel senso che lo fa proprio. Siamo immersi in una cultura che privilegia la velocità. Il Grande Libro degli Esercizi propone invece la lentezza, nell’accezione calviniana. Il rapido consumo di contenuti non solo non salverà il mondo, ma rappresenta la deriva della conoscenza o, come è stato scritto, “lo spettacolo della banalità”, intesa come “crimine perfetto”. La parola “esercizio” è decisiva, perché indica una pratica dello sguardo, che è altro rispetto al semplice apprendimento tecnico. Ogni pagina invita il visitatore a rallentare, a stabilire connessioni, a mettere in discussione ciò che credeva già acquisito. È un’opera che non pretende di essere compresa nel tempo breve di una visita. Chiede piuttosto di essere attraversata. Al visitatore si chiede quindi molto di più, nella convinzione però che questo rappresenti una forma di libertà.
Che cos’è Labòra Studio?
Labòra Studio, che ho fondato insieme a Valerio Murat, è nato dalla convinzione che la complessità non si affronta da soli. Per lungo tempo abbiamo identificato la creatività con la figura dell’autore individuale, l’artista, il genio. È un’immagine che continua ad avere il suo fascino, ma che descrive sempre meno il modo nel quale oggi nascono le idee. Ogni progetto importante richiede competenze differenti. Tuttavia la collaborazione, da sola, non basta. Si può collaborare senza produrre un vero pensiero comune. La composizione è qualcosa di diverso. Significa strutturare un’intelligenza collettiva nella quale ciascuno mantiene la propria identità, ma la mette al servizio di un progetto condiviso. Questo è il senso più profondo di Labòra Studio.
Che cosa sta accadendo a Trisulti?
Sta accadendo qualcosa che considero molto significativo. Detto in estrema sintesi: la Certosa è diventata parte dell’opera. L’architettura, il silenzio, la storia del luogo hanno modificato profondamente il progetto. Allo stesso tempo, la presenza dell’arte contemporanea ha suggerito un modo nuovo di attraversare quello spazio. Ciò è stato possibile perché la Direzione regionale Musei nazionali Lazio ha scelto di considerare la ricerca contemporanea come eccellente coadiutrice per l’attuazione completa della propria missione. Un atteggiamento culturale che ho ritrovato nel dialogo con la Direttrice Elisabetta Scungio, con la Direttrice della Certosa Ursula Piccone e con la storica dell’arte Valeria Esposito. Più che accompagnare un progetto, hanno contribuito a creare le condizioni perché potesse svilupparsi liberamente. E credo, anzi sottolineo, che questo debba essere uno dei compiti più importanti delle istituzioni culturali.
Che cosa vi restituisce il pubblico?
Una conferma. Spesso si pensa che la ricerca contemporanea sia inevitabilmente destinata a parlare a pochi specialisti. La nostra esperienza è stata diversa. Molti visitatori sono rimasti nella mostra molto più a lungo di quanto accada abitualmente. Hanno chiesto di ritornare, di approfondire, di comprendere. Non cercavano spiegazioni semplificate. Cercavano tempo. La stessa proroga dell’esposizione fino alla fine di settembre mi sembra andare nella stessa direzione. Quando un progetto riesce a costruire una relazione autentica fra istituzione, artisti e pubblico, la mostra smette di essere un evento per diventare un processo.
Quale museo immagina per il futuro?
Un museo che continui a custodire il patrimonio con il massimo rigore, che però consideri la tutela non come un punto d’arrivo, ma come premessa per continuare a produrre cultura. Ogni capolavoro che oggi ammiriamo nei musei è stato, a suo tempo, un’opera contemporanea. Inoltre oserei aggiungere che tutta l’arte è contemporanea, in quanto compresa, come insegna Agostino, nell’unico grande presente della nostra mente. Se dimentichiamo questo, releghiamo il museo in un luogo della memoria. Se invece lo ricordiamo, il museo torna a essere anche territorio fertile della ricerca. Credo che questa sia una delle sfide più importanti del nostro tempo.
Se dovesse riassumere questa esperienza in una frase?
Direi che la composizione rappresenta una responsabilità, più che una tecnica. Si riferisce alle opere, ovviamente, ma riguarda anche le persone, le istituzioni e il modo nel quale decidiamo di abitare il nostro tempo. Se Recoding Human ha lasciato qualcosa, spero che sia proprio questa consapevolezza, poiché il contrario della frammentazione non è la semplificazione, ma la composizione.
Nella foto, a corredo dell’articolo/intervista, da sinistra: Arch. Ursula Piccone, Direttrice della Certosa di Trisulti; Valerio Murat, docente di Multimedalità del Conservatorio L. Refice di Frosinone; Mauro Bussiglieri, Sindaco di Collepardo; Dott.ssa Elisabetta Scungio Direttrice Regionale Musei Nazionali Lazio; Antonio Poce, Compositore e Visual Artist; Dott.ssa Valeria Esposito, Ufficio Mostre, storica dell’arte



