Poteri Roma Capitale – La Camera approva ma il centrosinistra si tira indietro
Comprensibile “malumore” del sindaco Gualtieri. Schietroma (PSI) lancia la proposta per garantire il resto del Lazio. Il precedente con l’offensiva di Paliotta, la proposta di legge costituzionale di Iannarilli e i 400 amministratori in ritiro a Fossanova
Tutto ebbe inizio nel novembre del 2011, quando il premier Mario Monti annunciò che nell’imminente riunione del Consiglio dei Ministri sarebbe stato adottato lo schema di decreto legislativo su Roma Capitale (in balia delle intemperie da tre anni). Sarebbe stato il primo decreto del nuovo governo. Quello precedente, il governo Berlusconi, aveva solo imbastito il lavoro a causa dei continui attentati della Lega essenzialmente nordista.
Quel traguardo ebbe molti padri ma specialmente uno: il romanissimo senatore del Pdl Mauro Cutrufo che i ciociari conoscevano bene, avendolo premiato alla sua prima elezione (2001) permettendo che disarcionasse nel Collegio il ciociarissimo Lino Diana (PPI).
La riforma denominata “Roma Capitale” aveva iniziato a fare i primi passi tra mille sgambetti (come si diceva da parte della Lega soprattutto) e solo una lettera accorata inviata al nuovo Presidente del Consiglio, a firma di diversi parlamentari romani raccolti, appunto, dal primo firmatario della legge Cutrufo, la rimise in piedi. Quella lettera fu decisiva, unita al salvacondotto del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, pressato dal sindaco Gianni Alemanno che era intervenuto in pressing stretto anche sull’appena indicato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà.
Quel decreto diede vita all’iter che si concluse l’anno successivo, il 2012. Roma divenne ufficialmente Roma Capitale. Le vennero conferite funzioni amministrative per la gestione di materie specifiche (urbanistica, trasporti, ambiente) in autonomia. Furono definiti gli organi di governo: Assemblea Capitolina, Giunta Capitolina e Sindaco e conferita una speciale autonomia finanziaria. Niente a che vedere però con un reale conferimento del potere legislativo, del quale godono le grandi capitali europee.
Approvato in prima lettura alla Camera il disegno di legge di riforma costituzionale ma il centrosinistra si sfila e l’impresa rischia di nascere morta
Il 29 aprile 2026, mercoledì, quindici anni dopo il decreto Monti, la Camera ha approvato il disegno di legge di riforma costituzionale per dare più poteri a Roma Capitale. Il testo è passato con 159 voti favorevoli, 33 contrari e 55 astenuti. Hanno votato a favore il centrodestra e Azione, il PD e Italia Viva si sono astenuti, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno votato contro. Il disegno di legge dovrà ora essere esaminato dal Senato: per entrare in vigore, dovrà essere approvato un’altra volta dalla Camera e due volte dal Senato per effetto del noto andirivieni.
Qualcosa non è andata per il verso giusto ed è già scontro tra la Premier e il Partito Democratico. Alla Meloni, infatti, non è andata giù l’astensione dem, considerata un tradimento dell’accordo, dato che al testo del decreto, insieme al governo, ha lavorato anche il PD e specialmente il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, esponente di prestigio del Partito Democratico. Il PD ha sostenuto di non essere contrario all’obiettivo della riforma, ma di chiedere che la modifica costituzionale proceda insieme alla legge ordinaria che dovrà definire poteri, risorse e nuovo ordinamento della capitale.
Fronte del centrosinistra sfrangiato a un anno dal voto per il rinnovo di Sindaco e Assemblea Capitolina
Non solo. Il voto contrario del M5S e di AVS non è certo un buon viatico per la compattezza del “campo largo” in vista delle elezioni per l’Assemblea Capitolina del prossimo anno. Come si può avere pareri tanto contrastanti tra il candidato a Sindaco e la sua coalizione su un punto fondamentale come l’attribuzione di poteri legislativi a Roma Capitale?
Se la posizione del PD, infatti, è rivedibile e si può trasformare in voto favorevole durante i vari passaggi parlamentari (se nel frattempo sarà avviato l’iter per la legge ordinaria che, dicono, sia lo snodo di tutta la faccenda) il voto contrario degli alleati non lo è. Un bel pasticcio.
Comunque sia la posizione ondivaga e ostativa del centrosinistra nel suo complesso rischia di affossare la riforma: affinché il disegno di legge costituzionale venga approvato definitivamente occorre anche il voto favorevole del Senato e, successivamente, una nuova approvazione da parte dei due rami del Parlamento. Qualora mancasse una maggioranza di due terzi, che allo stato attuale non c’è, si renderebbe necessario un referendum confermativo. Escluso che la Meloni voglia procedere con un nuovo referendum. Ovvio che il sindaco di Roma sia su tutte le furie.
La legge ordinaria, inoltre, è importante per tanti altri motivi. Per esempio, dato che nel decreto non se ne fa neanche menzione, quello che riguarda il resto del Lazio fuori da Roma Capitale. E’ con quella legge, infatti, che oltre a definire cose importantissime come, per esempio, la dotazione finanziaria insieme alle competenze, si potrebbero stabilire anche i rapporti con gli altri organismi amministrativi che necessariamente risultano investiti dal nuovo status di Roma, dato che il decreto non lo prevede. Primo fra tutti la Regione Lazio.
La proposta del segretario regionale del PSI, Gianfranco Schietroma
Su questo tema è intervenuto nelle ultime ore il segretario regionale del PSI, Gianfranco Schietroma. Questi ribadisce la posizione dei socialisti, di grande buon senso (quasi un contrasto tragico con il caos manifestato dal resto del centrosinistra) che al plauso per l’emancipazione di Roma Capitale che, anzi, vorrebbero anche più vasta, aggiungono la preoccupazione per il vuoto pneumatico che si è creato intorno a un problema tossico per l’intera riforma: se Roma avrà i poteri legislativi il resto del Lazio come sarà governato? Non certo come succede attualmente dato che il Consiglio Regionale del Lazio è eletto per la quasi totalità a Roma e proprio su Roma avrà pochissime competenze (resterà solo la Sanità).

Per questo Schietroma propone di dare a Roma anche la competenza della sua Sanità e creare una nuova regione Lazio senza Roma. Ecco come si esprime: “Roma Capitale è patrimonio di tutti e, quindi, salutiamo con favore l’avvio dell’iter della riforma. C’è un però di cui nessuno parla, tranne noi Socialisti. Con l’approvazione definitiva del disegno di legge costituzionale, quali conseguenze ci saranno sulla Regione Lazio? Se quasi tutte le competenze regionali passeranno a Roma Capitale, cosa ci resteranno a fare alla Pisana i Consiglieri Regionali di Roma? Ad occuparsi dei problemi agricoli dell’agro pontino o della crisi industriale del frusinate?”.
E poi: “(…) La soluzione consiste nel trasformare Roma Capitale in una vera e propria Regione a sé stante, con la contestuale creazione di una “Regione Lazio dei Territori”, composta dalle province di Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo, oltre all’area metropolitana di Roma, eccetto ovviamente il comune di Roma. Due regioni, quindi, sia per dare maggiori poteri a Roma Capitale, in linea con quanto avviene per altre capitali europee e occidentali, sia per porre finalmente in equilibrio quel rapporto tra Roma e resto del Lazio che al momento risulta eccessivamente sbilanciato, a livello regionale, sulla Capitale, sia in termini di rappresentatività che di efficacia delle decisioni. Qualora non fosse possibile operare in tal senso, i Socialisti del Lazio auspicano, comunque, che vengano introdotti degli elementi di riequilibrio della rappresentatività delle province nel vigente ordinamento regionale, mediante modifiche di carattere statutario ed elettorale che conferiscano ai territori delle quattro province periferiche e all’area metropolitana un adeguato e proporzionale peso specifico nel consiglio regionale, rimuovendo quelle disarmonie che allo stato attuale penalizzano fortemente la rappresentanza e la capacità decisionale dei circa 2,9 milioni di abitanti del Lazio (eccetto Roma) in confronto ai circa 2,7 milioni di abitanti della Capitale”.
Il precedente dalle Province di Frosinone e Latina che fece molti proseliti nell’intera regione
Non è la prima volta che si prospetta una soluzione del genere. In seguito alla prima decretazione su Roma Capitale dalla provincia di Frosinone si levarono le prime preoccupazioni per le sorti di territori fuori dall’Urbe che produssero addirittura una proposta di legge costituzionale e, in seguito al secondo decreto, quello del governo Monti, si creò un vero e proprio movimento che partendo dalle Province di Frosinone e Latina coinvolse varie realtà, anche istituzionali, nell’intero Lazio.

E’ del 16 febbraio del 2009, infatti, la proposta di legge costituzionale d’iniziativa del deputato Antonello Iannarilli (divenne anche presidente della Provincia di Frosinone) intitolata: “Modifica dell’articolo 131 della Costituzione, concernente l’istituzione XXI regione d’Italia“, cioè quella di Roma Capitale che, dunque, avrebbe ottenuto la completa potestà legislativa. Il resto della regione sarebbe rimasto con il suo nome: Lazio.
Con il convegno tenuto presso l’Abbazia di Fossanova (2 dicembre 2011), vennero esplicitate in seguito a studi commissionati all’Università di Cassino, le condizioni di estremo sfavore economico che i territori del Lazio subivano per la presenza di Roma: “il Lazio è una regione che ha un corpo filiforme e una testa enorme”. Una grande spinta a tutto questo movimento era stata data dall’organizzazione di Giuseppe Paliotta, già assessore regionale del Lazio ai Lavori Pubblici (socialista), divenuto assessore al Riordino Istituzionale della Provincia di Frosinone e leader di MCL, il Movimento Cittadini e Lavoratori per l’Italia, espressione civica quando ancora il civismo non era una moda politica.
Al convegno di Fossanova, per onore della cronaca, di fronte a quattrocento persone in sala per la maggior parte amministratori pubblici, presero la parola: il presidente della Provincia di Latina, Armando Cusani; il presidente della Provincia di Frosinone, Antonello Iannarilli; il presidente della provincia di Rieti, Fabio Melilli. I sindaci: Michele Marini (Frosinone), Costantino Magliocca (Alatri), Giovanni Celli (Ripi), Filippo Materiale (Castrocielo), Ennio Bove (Pofi); Giuseppina Giovagnoli (Sermoneta); Salvatore De Meo (Fondi); Maurizio Lucci (Sabaudia); Giacomo Troja (Arcinazzo Romano); Antonio Salvati (S.Giovanni Incarico); Piergianni Fiorletta (Ferentino); Gino Cesare Gasbarroni (Sonnino); Cesidio Casinelli (Sora); Gesualdo Mirabella (Monte San Biagio). Hanno preso la parola inoltre: l’assessore al Riordino Istituzionale della Provincia di Frosinone, Giuseppe Paliotta; il delegato al Riordino Istituzionale della Provincia di Latina, Roberto Migliori; il già consigliere regionale Rodolfo Carelli; la consigliera regionale del Lazio, Gina Cedrone; il presidente ARALL, Donato Robilotta; Umberto Fusco (Cons. Comunale di Viterbo).



